Cosa faccio quando un genitore contesta il voto?

Dirigente scolastico preoccupato alla scrivania mentre gestisce conflitto tra docenti e genitori

Lunedì mattina, un tuo docente entra nel tuo ufficio con la faccia stanca. “Ho dato sei al posto del cinque”, ti dice. Gli chiedi perché e lui risponde: “Perché altrimenti mi arriva il ricorso, il padre ha già chiamato dicendo che si rivolge al suo avvocato”. Il docente esce e tu rimani lì, sapendo che quella cosa lo mangerà per settimane, che la prossima volta sarà più facile cedere di nuovo, che altri docenti lo sapranno e inizieranno a fare lo stesso. Hai appena gestito una crisi, hai evitato il ricorso, hai protetto il docente dalle grane legali. Eppure sai che qualcosa si è rotto.

Cosa succede quando cedo per la prima volta?

Quando un docente cede per paura, qualcosa si spezza dentro di lui. Quel docente perde fiducia nel sistema, perde fiducia in te come dirigente e soprattutto perde fiducia in se stesso. Il genitore ha ottenuto il sei, il docente ha evitato il ricorso, tu hai evitato una grana burocratica. Però quel genitore ha appena insegnato a suo figlio che con la minaccia si ottiene quello che si vuole, ha insegnato al docente che educare serve a poco di fronte a un avvocato, ha insegnato alla scuola che la relazione vale meno di un voto. Tutti hanno perso.

Tu lo sai, ma cosa potevi fare? Il ministero ti dice “autonomia”, poi aggiunge “ma se sbagli paghi tu”. Il genitore ha l’avvocato, il docente ha solo te. E tu sei da solo a gestire 200 persone che non hanno scelto di lavorare insieme, che ti vedono come il problema quando provi a fare qualcosa di diverso, che ti vedono come assente quando non intervieni.

Come siamo arrivati a questo punto?

La verità è semplice: docenti e genitori non si parlano mai prima che scoppi il problema. L’unico momento in cui si vedono è il colloquio, quindici minuti già carichi di tensione. Il genitore arriva con la paura che suo figlio non ce la faccia, il docente arriva stanco di ripetere le stesse cose a venti famiglie diverse. In quindici minuti devi dire che il ragazzo non studia, in quindici minuti il genitore deve difendere suo figlio. Risultato: trincea. Da una parte il docente che pensa “questo genitore non capisce niente”, dall’altra il genitore che pensa “questo docente ce l’ha con mio figlio”. Nel mezzo il ragazzo che vede due adulti che non si sopportano.

Nei questionari che somministriamo ai docenti, questa cosa emerge con una violenza impressionante. I docenti scrivono: “Quando non mi piace essere un insegnante? Quando manca la collaborazione con le famiglie”, “Quando bisogna avere a che fare con alcuni genitori”, “Quando le famiglie dimostrano poca collaborazione e rispetto per il nostro ruolo”. Dall’altra parte i genitori pensano che la scuola sia solo voti e compiti, che nessuno veda davvero loro figlio, che la scuola nasconda i problemi. Entrambi hanno ragione, entrambi sbagliano. Il punto è che non si parlano, e quando finalmente si parlano è già troppo tardi perché il primo contatto avviene dentro una crisi.

Perché le mie mediazioni non funzionano mai?

Pensi che mediare aiuti. Chiami il genitore, chiami il docente, li metti insieme e cerchi di trovare un compromesso. Il problema vero è che quella relazione è già morta. Quando arrivi a mediare significa che la fiducia è sparita, significa che ti vedono come nemici. Tu puoi fare da cuscinetto per un po’, puoi assorbire la tensione, puoi dire al docente “calma” e al genitore “capisca”, ma la prossima volta sarà uguale, e la volta dopo ancora, fino a quando il docente cede sul voto per non avere più grane.

Hai 200 dipendenti da gestire, le RSU che contestano, il ministero che ti dice “autonomia ma se sbagli paghi tu”, e in mezzo a tutto questo dovresti anche ricostruire la fiducia tra famiglia e scuola. La mediazione spegne l’incendio oggi, domani ne scoppia un altro. Stai correndo da una parte all’altra della scuola con l’estintore in mano, senza mai fermarti a chiederti come impedire che il fuoco si accenda.

Esiste un modo per evitare che arrivi la crisi?

C’è una dirigente che a settembre organizza un caffè con i genitori. Un’ora, pasticcini, due chiacchiere. Niente colloqui, niente voti, niente problemi. Solo “ciao, sono la maestra di tuo figlio, piacere”. Sembra una perdita di tempo? Lei dice che è l’unica cosa che ha funzionato in trent’anni di scuola, perché quando il genitore entra per la prima volta e non c’è un problema da risolvere, tutto cambia.

Quando si incontrano prima che qualcosa vada storto, si vedono come persone. Il docente smette di essere quello che dà brutti voti, il genitore smette di essere quello che rompe. Sono due adulti che stanno provando a fare la stessa cosa: aiutare quel ragazzo. E quando arriva il problema, hanno già una base, hanno già parlato da pari, hanno già costruito un minimo di fiducia. Questo non risolve tutto, ma cambia il tono della relazione. Cambia il modo in cui il genitore ti chiama quando è preoccupato, cambia il modo in cui il docente parla della famiglia, cambia il modo in cui il ragazzo percepisce la scuola.

Nei materiali che raccogliamo nelle scuole dove lavoriamo emerge chiaramente che “la collaborazione con le famiglie è spesso carente o conflittuale” e che “manca fiducia reciproca, bisogna recuperarla con gesti educativi chiari”. Questi gesti educativi chiari sono i momenti di relazione costruiti prima che il conflitto scoppi. Il caffè di settembre è un gesto educativo chiaro, l’incontro informale all’inizio dell’anno è un gesto educativo chiaro, qualsiasi momento in cui il docente e il genitore si vedono senza che ci sia un problema di mezzo è un gesto educativo chiaro.

Cosa devo cambiare davvero?

La distanza tra docenti e genitori si riduce creando momenti di relazione prima che il conflitto scoppi. Se il primo contatto è già una battaglia, hai perso. Se il primo contatto è un caffè, hai una possibilità. Questo vale per tutto nella scuola: non puoi costruire un team se vi vedete solo nei consigli di classe dove già siete stanchi, non puoi costruire un clima se aspetti che esploda il problema per intervenire, non puoi costruire fiducia se l’unico momento di contatto è la crisi. La scuola passa il tempo a spegnere incendi invece di impedire che si accendano.

E qui sta il problema: tu non hai tempo, non hai energie, non hai strumenti per fare questo lavoro preventivo. Sei schiacciato dalla burocrazia, dalle emergenze quotidiane, dalla gestione delle tensioni. Ti serve qualcuno che entri nella tua scuola e dica ai tuoi docenti quello che tu non puoi più dire, qualcuno che costruisca quegli spazi di relazione che tu vorresti creare ma non hai il tempo di organizzare. Ti serve qualcuno che faccia quello che sai andrebbe fatto, ma che tu da solo non riesci a sostenere perché hai altre dieci emergenze che ti aspettano.

Come faccio a sapere se questo metodo può aiutarmi?

Felicemente a scuola parte dall’ascolto: prima ancora di entrare nella tua scuola, ti chiediamo cosa vi sta soffocando davvero. E poi costruiamo con te un modo per fermare il freno a mano, per creare spazi dove docenti e genitori si vedano come persone prima che come ruoli, per dare ai tuoi docenti strumenti concreti che usano dal giorno dopo. L’86% dei docenti che hanno fatto Felicemente a scuola dice che il clima in classe è cambiato, il 70% dice che collabora di più con i colleghi e il 75% dice che c’è meno conflitto e meno giudizio. Questi sono 630 docenti che hanno risposto dopo aver sperimentato davvero il metodo in cinque anni di sperimentazione.

Una docente ha scritto: “Finalmente ho sentito che la formazione era per me, per noi, non per riempire obblighi burocratici”. Un’altra ha detto: “Non mi sento più sola in classe, ho strumenti, ma soprattutto ho una visione”. Il metodo costruisce quel clima dove il docente non ha più paura del genitore perché hanno già costruito una base di fiducia, dove il genitore non deve minacciare il ricorso perché sa che il docente sta lavorando per il bene di suo figlio, dove tu come dirigente non devi più fare da cuscinetto perché la relazione regge anche il conflitto.

La domanda che ti lascio

Quanti altri lunedì mattina ti si presenterà quel docente con la faccia stanca che ha ceduto sul voto? Quante altre volte farai da cuscinetto sapendo che stai solo rimandando il prossimo incendio? Puoi continuare così, oppure puoi provare a costruire qualcosa prima che scoppi. Felicemente a scuola ti offre un metodo testato su migliaia di docenti, qualcuno che entra nella tua scuola e dice ai tuoi docenti quello che tu non puoi più dire, strumenti pratici che funzionano dal giorno dopo. Se vuoi capire se può funzionare anche nella tua scuola, contattaci. Parliamo dei tuoi problemi veri, vediamo insieme se ha senso. E se decidi di provare, lo facciamo insieme con un percorso costruito sulle tue necessità concrete.

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